Istituto Italiano di Cultura Buenos Aires

Performance di Natino Chirico a cura di Miriam Castelnuovo

 Novità dell’edizione 2018 è la Giornata del Contemporaneo – Italian Contemporary Art, che vede la partecipazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e in particolare della rete degli Istituti Italiani di Cultura, con l’obiettivo di promuovere la creatività italiana anche fuori dai confini nazionali. Una creatività che è frutto del lavoro non solo degli artisti ma anche di esperti, curatori, galleristi, collezionisti, critici, editori d’arte, direttori di musei, registrars. Un programma ricco e variegato per un pubblico sempre più vasto e curioso, al quale MAECI, MiBAC e AMACI offrono un’esperienza diretta del “Vivere ALL’italiana” nel campo dell’arte.

 Dedicato a Federico Fellini

A pochi mesi dalle celebrazioni per il centenario dalla nascita del regista italiano Federico Fellini, la performance che in questa sede siamo lusingati di poter presentare nell’ambito della Quindicesima Giornata del Contemporaneo, l’evento promosso e realizzato sin dal 2005 da AMACI e MiBAC, è un esempio di espressione artistica del Maestro Natino Chirico tra le tante già sperimentate e che è possibile inserire tra le tappe del più vasto corpus di questo noto artista, ospite della Direttrice Donatella Cannova e dell’Istituto Italiano di Cultura Buenos Aires. La fama internazionale di Natino Chirico si riconferma oggi in questa sede nel ribadire l’irrefrenabile trasporto con cui da sempre quest’artista si protrae verso la materia come se tra i colori della tavolozza egli tentasse di mescolarci la propria anima: non vi è tecnica che egli non conosca e al pari dei frutti della terra, essa germina dalle sue stesse mani. Ma nulla è davvero lasciato al caso: entrando nel suo studio a Roma, anche di fronte alla pastosità irregolare di un segno o alla colatura di colore sulla tela, è possibile risalire all’origine del progetto dal disegno preparatorio. Desideriamo introdurre la poetica del Maestro Natino Chirico sottolineandone la propensione per uno stile che per quanto eclettico, mai risulta improvvisato, fin dai tempi in cui egli era ancora molto giovane e riscopriva nel mondo del Cinema gli elementi affini alla sua indole per poi dedicarsi a studi approfonditi e alle nuove sperimentazioni stilistiche, riconducibili dal 2000 ad oggi.

Esse sono infatti il fulcro dal quale si snodano le vicende della vita di Natino Chirico e del suo affermarsi in Italia e all’estero, ove la particolare attrazione verso questo tema evocatore del senso di movimento, si può paragonare al raggiungimento di massima espressione del proprio segno libero. Quando si parla di Cinema si associano ad esso termini come conoscenza, storia, tradizione ai quali il Maestro unisce un’inconsueta forza intuitiva nel far rinascere attraverso la sua opera i luoghi del passato e delle suggestive atmosfere oniriche riconducibili all’universo felliniano. Il Maestro Chirico davanti alla tela e con il pennello intinto nel colore, descrive i sentimenti e le relazioni umane, mettendone in evidenza la delicata semplicità per annullare intenzionalmente le ingombranti scenografie sullo sfondo. Natino Chirico infatti predilige ritrarre le personalità che hanno caratterizzato la storia del Cinema, siano esse attori o registi, non come delle icone i cui caratteri si annullerebbero negli stereotipi, ma piuttosto abbattendo le distanze tra l’opera d’arte e i suoi fruitori, fa giungere loro l’aspetto meno prevedibile di una rara umanità.

Nel lavoro di un regista e quella di un artista è facile riscontrare un comun denominatore: entrambi nel progettare l’opera già ne prevedono la conclusione. Ma allo stesso tempo sono consapevoli che per il calcolo delle probabilità potranno andare deluse, anche solo in parte, le reciproche aspettative. Per il Maestro Chirico invece, è proprio in quel disincanto custode di un’attesa a risiedere la magia di un tempo sospeso, capace di donare un’aura spirituale all’intero lavoro, fino all’ultima pennellata.

Natino Chirico inizia l’opera disegnando sulla tela a matita; poi lentamente egli lascia che quel segno preciso e lineare prenda nuova vita seguendo la scia indicata dal colore con cui ha bagnato adesso pennello, alleggerendo il proprio tratto per dar luce ad uno stile inedito, di predominante spicco materico. Il Maestro dona nuovamente la parola unita al movimento, a quei protagonisti emblematici dei film di Fellini sino ad ora restati muti e immobili nell’osservanza dei loro ruoli.

Mentre lui, “Federico” –se mi chiamano Fellini mi viene spontaneo guardarmi dietro le spalle a cercare mio padre, forse si rivolgono a lui– incede col suo solito passo che tuttavia appare ogni volta diverso, col suo cappello, il suo cappotto aperto e la lunga sciarpa che ne sottolinea il profilo imponente: elementi che cambiano colore come le ore e i giorni nel loro susseguirsi col mutare delle stagioni in attesa del prossimo gennaio 2020 in cui ricorrono i 100 anni dalla sua nascita. Il Maestro Chirico ritrae Federico Fellini nella medesima postura a evocarne la coerenza professionale e sentimentale, che come il ripetersi inconfondibile della sua stessa sagoma ha saputo connotare la propria poetica cinematografica: Fellini, un regista non replicabile se non dall’eco internazionale, la cui importanza ritrova significato in questa metafora iconologica creata da Natino Chirico.

Le sagome di Federico Fellini vivono oltre il proprio reiterarsi al pari di tante matrici o di una sola indelebile impronta, e con eguale logica riconducono ai lietmotiv delle più celebri sceneggiature di questo grande regista italiano. Immaginiamo Natino Chirico seduto in un cinema che ripassa a mente alcune scene tratte dai film mentre gli scorrono davanti: egli mette in atto una catalogazione senza soluzione di continuità tra gli elementi acquisiti e i sentimenti elaborati dalla sua esperienza maturata in molti anni. Il Maestro se ne serve per restituire la figura di Federico Fellini nella sua interezza, come un soggetto preciso la cui rappresentazione finale sarà tuttavia non completamente prevedibile. Il pubblico presente davanti all’artista, diventa anch’esso elemento determinante della performance con il conseguente risultato di un importante, reciproco accrescimento culturale.

“Se da ragazzo avessi continuato gli studi di architettura, ignorando la mia attrazione verso l’arte pura, oggi sarei stato un uomo incompleto, sarei venuto fuori come uno strano.” Le parole di Natino Chirico attraggono per empatia, perché da questo artista trapela pura saggezza senza il peso ridondante della presunzione. Lo chiamano Maestro perché egli conosce il disegno prima ancora dei colori, usa i fogli di carta e la matita come l’incipit per intraprendere nuove tecniche. Natino infatti ha un approccio del tutto spontaneo qualunque sia la tecnica che egli sceglie di utilizzare: i suoi lavori resistono alle mode rendendosi immortali e cosi rivelando quanto possa essere infinita la distanza che egli stabilisce tra il suo essere artista completo e il senso effimero che accomuna l’esistenza di tante false celebrità.

Si partecipa di qualcosa che va oltre la spettacolarità della pura performance; si supera il clima di suspance che normalmente caratterizza un site specific. Osservando Natino Chirico mentre dipinge dal vivo, si riscontra negli sguardi del pubblico una insolita attenzione, un coinvolgimento non soltanto visivo ma anche intellettuale. L’opera del Maestro appare quindi completata dalla reazione positiva con la quale il pubblico ne esprime il proprio apprezzamento. Si assiste alla celebrazione di un atto unico ed esemplare ove il Maestro Natino Chirico e la propria opera in evoluzione, posti uno di fronte all’altra evocano un alterno richiamo nel complemento delle parti. Un paragone non casuale di quanto accadeva tra il Federico Fellini fumettista, sceneggiatore e regista e le sue straordinarie rappresentazioni.

Miriam Castelnuovo


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