Roberto La Mantia

IL MIO MARE di Roberto La Mantia

“Sono un apneista, amo il mare in modo viscerale ma quello che amo è il mare sotto il pelo dell’acqua, un pianeta sconosciuto e inesplorato come un mondo extraterrestre, dove non esiste gravità e si può volare senza ali.” Roberto La Mantia

A chi non piacerebbe immergersi nelle acque del Mar Mediterraneo e nuotare liberamente in un universo silenzioso ove l’unico rumore che si ascolta è quello provocato dal nostro corpo che si muove a contatto dell’acqua. Insieme a quello dei nostri respiri, e quello dei nostri sussulti ogni qual volta veniamo sorpresi da una specie marina che ci passa davanti. Nei casi più fortunati.

Le opere di Roberto La Mantia non si possono definire iperrealiste: se per alcuni si tratta di uno stile comunemente considerato come l’esercizio di un virtuosismo stilistico, questo artista nato 44 anni fa e cresciuto a Santa Marinella una piccola località di mare del litorale laziale, appassionato di immersioni in apnea, ritrae con il pennello molto di più di quanto si potrebbe immaginare ascoltando un racconto oggettivo della realtà.
Le opere di La Mantia sono il frutto di una passione che egli ha coltivato fin da bambino come l’amore per il mare che si é rivelato l’elemento fondamentale per la propria crescita interiore. Al pari di un liquido sacro o di una fonte battesimale alternativa, al mare e in particolare al Mare Mediterraneo prediletto da Roberto, va il merito per aver sancito la fusione inscindibile tra animo e il forte spirito, conseguendo nell’artista quell’approccio del tutto naturale con la propria quotidianità. Egli si può dire un uomo fortunato, che si nutre di forti sensazioni ogni volta che si appresta a fare un’immersione in apnea. “Preparo il tuffo cercando di rilassarmi il più possibile facendo del training autogeno. Inizio la ventilazione facendo la respirazione pranayama come quella che si fa a yoga, 3-4 atti respiratori profondi e poi la capovolta. Giù verso il blu” .
Deve essere assai difficile riportare le emozioni che si provano a certe profondità, una volta che si è risaliti in superficie, dopo un contatto intimo e silenzioso in cui ci si sente sommersi in quest’universo per molti sconosciuto e in continuo mutamento. Immaginiamo i battiti del cuore di Roberto aumentare istante dopo istante mentre egli centellina il proprio respiro assieme al quel senso impagabile di libertà. “Il mio battesimo col mare? E’ come se ci fossi sempre andato, sono passato semplicemente dal liquido amniotico del feto, all’acqua salata del mare sotto casa.”
Una simile poesia si riscontra oltre che nelle parole nella manualità con cui Roberto La Mantia porta a temine i suoi quadri: opere ove le cernie, i san pietro, i dentici, le murene, i polpi e le ricciole senza soluzione di continuità passano da un ambiente naturale ad un altro. Le cornici infatti sono parte integrante delle opere, anche queste realizzate dall’artista: tavolame invecchiato come delle vecchie palanche o piccole travi trovate sulla spiaggia come rifiuti già destinati ad altri scopi. La memoria per Roberto è uno degli elementi di fondamentale supporto alla sua creatività e la cui esigenza egli riconferma nel maneggiare vecchi materiali come arricchimento delle suoi lavori, come custodi indiscusse di altre storie del passato.

Attraverso il disegno Roberto La Mantia elabora forme e movimenti come se immortalati da una fotografia al pari di un fotoreporter: egli infatti va perfezionando il suo stile vivendo esperienze quotidiane sempre differenti. Rapido nel movimento quanto acuto nello sguardo, l’artista cattura le immagini e più il ricordo ne risulta imperfetto e rarefatto e più esso si mantiene fedele alla fugacità di quel momento. La Mantia dunque coglie l’attimo che per quanto impreciso e incompleto dona valore aggiunto all’opera. Osserviamo l’acquerello con il san pietro: tutto risulta talmente familiare da immaginarlo nuotare fuori della tela se solo attorno a noi spettatori ci potesse essere il mare. Quel suo sguardo è davvero rammaricato come lo sarebbe quello di un uomo che si accorge di essere stato ritratto solo parzialmente. Anche il sarago appare ripreso durante un incontro ravvicinato per cui Roberto ne dipinge la sagoma mentre quella già si allontana. Volta dopo volta, immersione dopo immersione, l’artista lascia spazio alla spontaneità scegliendo di eludere inquadrature esatte e a tutto campo, prediligendo l’esaltazione del movimento; altre volte é invece proprio un particolare ingrandito ad occupare lo spazio della tela, come accade ad esempio con i tentacoli minuziosamente dipinti di un polpo la cui eccentrica luminosità trova l’esatta compensazione nello sfondo volutamente scuro. Ciascuna opera si può dire legata ad un’altra seguendo un piano che invece non è stato affatto premeditato, come fosse lo svolgimento dei tanti frame di una medesima pellicola, attraverso immagini, alcune apparentemente incomplete ma reciprocamente complementari. Esse esaltano su uno sfondo piatto senza prospettiva, così come appare il mare a certe profondità. Eppure la cernia evoca il passaggio, nuota e si avvicina senza accorgersi che Roberto gli è molto vicino: la sua bocca spalancata in primo piano lascia immaginare che sia la reazione risultata dal suo impatto inaspettato con l’apneista -come di un Vip sorpreso da un paparazzo- da cui sfugge disturbata. Roberto La Mantia racconta il suo mondo incantato generando una benevola invidia negli spettatori consapevoli della distanza che esiste tra loro e questo suggestivo teatro, che nessun biglietto in vendita saprebbe mai ripagare: il polpo disegnato sull’acquerello su carta ha un’espressione fiera quanto sbarazzina come di colui che è in attesa che una bella principessa si avvicini a baciarne la bocca a forma di becco, qui resa sensuale dall’artista che l’ha colto a sonnecchiare in fondo al mare. Ciascuna specie descritta da Roberto La Mantia acquista un carattere che corrisponde ad un aggettivo: il polpo è scaltro per la capacità particolare con cui si mimetizzata per non attirare l’attenzione dei predatori: il dentice è regale, la ricciola è imponente, la cernia maestosa, l’orata è elegante.
I soggetti nelle opere di Roberto La Mantia, siano pesci o molluschi ma anche altri reperti, alcuni molto antichi come cocci o intere anfore scoperte durante le sue immersioni più impegnative, campeggiano volutamente sui supporti di vario tipo, i cui fondi sono sempre dipinti con toni del blu molto scuri. Vi è un doppio significato che risiede in questa scelta voluta dall’artista: la prima si fonda sull’ingannevole considerazione di come il mare generalmente rimandi all’idea di azzurri orizzonti e di fondali trasparenti ove poter liberare la propria immaginazione. Il secondo invece riguarda la precisa intenzione con cui La Mantia ha voluto sottolineare nei suoi lavori il forte contrasto che si genera tra lo sfondo scuro e l’immagine ritratta, quale importante prerogativa, nonché l’essenza del proprio stile. In questo modo l’artista è riuscito a condurre l’attenzione dello spettatore sull’unico vero protagonista dei suoi numerosi lavori qui esposti, focalizzandola sull’incontro fugace tra lui e l’elemento ritratto, il cui ricordo ogni volta resta saldo nel suo cuore fino al compimento dell’opera. Attraverso il disegno e la pittura infatti Roberto La Mantia mette in pratica un efficace antidoto a quel lieve senso di nostalgia che lo coglie proprio mentre risale in superficie, per un tempo trascorso troppo rapidamente e quindi, del timore che quella medesima carenza ne influenzi la propria memoria. Fortunatamente la tavolozza esercita su Roberto una funzione rigenerativa, una sorta di note book su cui prendere appunti a poca distanza di tempo dall’immersione, contemporaneamente all’utilizzo del web di cui egli si serve per annotare particolari, come la colorazione mimetica che di fatto cambia di volta in volta per alcuni pesci per confondersi con il fondale -come scorfani e polpi- o per scomparire dalle prede pelagiche come il tonno, le ricciole e gli altri specie che nuotano nel mare libero. La Mantia è abile nel tradurre con eleganza anche l’essenza naturale di certe impercettibili espressioni, che egli dal profondo del mare fa riemergere con tale impeto da far intendere il superamento dei supporti stessi -tele, tavole-carta o cemento – preparati per ospitarle. L’artista infatti non si limita a ritrarre particolari in primo piano, ma irrompe oltre le tele e le cornici, dipingendo pesci e le altre speci marine mentre sono in movimento, sinuosi e fluttuanti. Non si tratta di un mondo già visto e nessuna emozione sarà percepita come identica ad un’altra appena vissuta. Nemmeno per Roberto che lo fa quasi quotidianamente. Lascia incantati al pari di una fiaba immaginare come anche le idee di quest’artista, una volta trascinate nella nuova dimensione sottomarina, inizino a congetturare nuovi pensieri la cui distanza è più simile ai numerosi metri che si percorrono in profondità, che al tempo impiegato nei minuti di apnea. L’innovazione e la poesia dell’artista risiedono nel suo modo di presentare con il proprio lavoro evocazioni astratte come l’atmosfera, il tempo, il luogo e la memoria. Sicuramente è accaduto nei rari casi in cui Roberto si è trovato in apnea al cospetto di reperti storici molto antichi. Si tratta delle anfore sommerse, testimoni di Castrum Novum, l’attuale zona di scavi archeologici della colonia romana risalente alla prima metà del III° secolo. Le anfore venivano riempite con cibo, spezie olio e altri liquidi durante gli importanti scambi commerciali che avvenivano in quella zona portuale, oggi non distante dallo Studio dell’artista. Roberto La Mantia ne ritrae i preziosi reperti quali i colli d’anfora trovati ancora completi delle anse, il cui valore egli considera infinito al pari dell’habitat in cui sono stati conservati e protetti come da un guscio attorno alla propria perla. L’artista immerso nel mare nostrum fonde la propria passione al valore intrinseco di quell’innata sapienza, legata alla storia di quei frammenti tornati a risplendere nei suoi lavori: senza un testo o delle parole che spieghino la narrazione, sono questi elementi colti nello spazio a scrivere la storia. Non deve sorprendere la grande attenzione che Roberto La Mantia riserva loro nella vita presente, mentre ne confronta le diverse forge con le foto che ne documentano più antichi ritrovamenti. Nel guidarci in questo viaggio a ritroso nel tempo, l’artista descrive inaspettate suggestioni a conferma della propria poetica il cui ricordo intangibile conduce sulle tracce di quelle stesse reminiscenze. Le opere che troviamo oggi esposte in questa mostra sono per lo più sono acrilici su tela, ma Roberto La Mantia ama sperimentare le diverse tecniche, dall’acquerello su carta al più articolato acquerello su cemento su tela: in ciascun caso ciò che sorprende é la verosimiglianza della specie ritratta a confronto con quella reale, così come Roberto osservandola dal vivo l’ha immediatamente imprigionata nella sua memoria. Gli acquerelli sono frutto di un’osservazione empatica prima dell’assoluto catarsi dell’artista durante l’immersione: risultato di un percorso mentale che ha inizio dalla rielaborazione di quel preciso soggetto attraverso il ricordo; esso si trasferisce nella memoria dove si sofferma per un breve periodo di gestazione. Si assiste ad un processo di assorbimento e infine di sintesi di quell’idea iniziale che è inoltre esplicativa del proprio metodo stilistico. Ogni opera di Roberto La Mantia è frutto di una una calcolata, sottile e straordinaria composizione; una minuziosa elaborazione in fieri del soggetto e dello spazio circoscritti. Pensiamo alle anfore come ai pesci e gli altri molluschi di cui La Mantia descrive un particolare per arrivare al generale i cui dettagli sfumano in un pretesto per evocare un luogo lontano nel tempo, eludendo la necessità di doverlo rappresentare.

Miriam Castelnuovo