Enrico Benetta

CON VENTUNO LETTERE

“Con ventuno lettere” – si legge nell’ultimo libro di Andrea Bajani – “si può costruire e distruggere il mondo, nascere e morire, amare, soffrire, minacciare, aiutare, chiedere, ordinare, supplicare, consolare, ridere, domandare, vendicarsi, accarezzare”.
La storia ha un epilogo che fa riflettere: “tutti vorremmo provare a mettere la vita in ordine alfabetico. Ben sapendo che purtroppo o per fortuna, in ordine alfabetico la vita non ci sta.” Eppure dopo alcuni anni dal mio primo incontro con Enrico Benetta, un ordine negli eventi che mi hanno ricondotto a scrivere per lui in questo momento, io non posso nascondere di averlo trovato.
Conobbi Enrico Benetta 7 anni fa ad una sua personale allestita in maniera fiabesca oltre che misteriosa, per la scelta intenzionale di un’illuminazione soffusa a esaltarne le tinte color oro a contrasto del metallo arrugginito dei suoi primi lavori esposti. In mezzo al salone principale, trionfante, una seggiola in ferro arrugginito e resina, decorata in modo quasi impercettibile con segni che simili a grafiti, accennavano a brevi frasi. Ricordo di essa un aspetto semplice simile a quelle in legno delle scuole di una volta, ma le cui dimensioni di adesso, fantasticamente enormi, superavano oltremodo in altezza questo giovane artista di Montebelluna. Accanto alla seggiola vi erano disposte alcune fioriere in acciaio inox, le cui superfici pullulavano di lettere sparse di tutte le fogge e cesellate in ferro arrugginito, secondo lo stesso carattere tipografico “Bodoni”. Matrice-mater, lettere e metallo, allora come oggi la sintesi complementare tra essenza e sostanza.
Erano lì, soltanto lettere e non parole, sciolte in completa libertà, vocali consonanti e mute, dispensate da un significato specifico se non di quello suggerito ai visitatori, che nel sentirsi attratti le raccoglievano nelle proprie tasche. Me compresa: nella convinzione, credo per deformazione professionale, che quelle lettere un giorno mi avrebbero suggerito qualcosa di importante.
Oggi potremmo considerare quelle lettere dell’alfabeto una versione inedita dei sassolini della nota fiaba di Pollicino, che ammassate in modo casuale, una dopo l’altra, mi hanno saputo guidare in una dimensione nuovamente fantastica attraverso le opere di Enrico Benetta.
Ma di quale dimensione si tratta? Nelle intenzionalità di un artista c’è sempre la volontà di proporre un proprio modo di vedere, una imago mundi, la weltanschauung che nel caso di Benetta è tanto più affascinante quanto più la scopriamo tesa ad un’armonia ben saldata tra la forma e la struttura. Le lettere emergono tra gli elementi fondamentali delle sue creazioni quali sagome riconoscibili dal peso emblematico; esse rappresentano un nuovo modo di pensare, un diverso modo di vedere, sono rivelatrici di un mutato sentire. E’ il percorso di cui si serve l’artista per risolvere il problema dell’essenza del tempo e del fondamentale significato che esso ha per l’uomo, attraverso lo spazio che egli crea e che appare altresì difficilmente calcolabile: in ciò che è possibile dedurre dall’esterno, di un aggrovigliarsi confuso, di un incatenarsi convulso, di un comporsi vorticoso delle lettere plasmate e poi assemblate sulla tela e ferro cor-tèn. I lavori di Enrico Benetta non passano inosservati, le lettere aggettanti attraggono il pubblico che quindi vi si sofferma a poca distanza, come accade normalmente tra le persone quando si inizia un discorso: davanti a quest’alfabeto scomposto e a qualche raro numero arrugginito, si avverte l’inaspettata trasformazione per un ritorno all’ordine, con una nuova consapevolezza verso quell’armonia compositiva che inizialmente era sfuggita proprio a quelli sguardi. Dall’opera di Benetta è possibile coglierne perfino dei suoni, evocati dalla presenza delle vocali, prese in prestito alle tante frasi mai ascoltate e che è giunto il momento di recuperare. Come Michelangelo quando si rivolse al suo Mosè, adesso Enrico Benetta propone una lettura diversa di tutto il suo lavoro, legato fortemente alle proprie origini territoriali e alla propria vocazione, la cui peculiarità egli ha reso tramandabile attraverso l’arte. Il senso della materia sopravvive a quell’idea di contemporaneità distruttiva nel contrastare l’azzeramento di vecchi valori, i cui contenuti l’artista continua a nutrire, imprimendo energie straordinarie in ogni singola opera. Il ferro di cui son fatte le sue lettere, corrisponde ad un’impronta di matrice arcaica e arcana allo stesso tempo. La materia serve a mimetizzare quel tanto di poetico che con essa coesiste nonostante la sviante apparenza ruvida e arrugginita: il ferro dal colore fulvo, acquista la pregevolezza di un guscio non da intendere in senso michelangiolesco, secondo cui forma e figura sono già concettualmente dentro la materia stessa, e che quindi è sufficiente togliere il superfluo per arrivare a coglierne l’essenza. Diversamente Benetta ha elaborato questa tecnica per preservarne il senso primitivo intrinseco alla materia, elemento archetipo-mater che si apre per germinare avida di luce e di calore, pronta nelle sue infinite metamorfosi a corrispondere proprio quelle carezze la cui delicatezza, l’artista ha saputo imprimervi con sapienza. Un susseguirsi inesauribile, il cui dialogo iniziato dalla mente si traferisce rapido al tatto, penetrando la materia che nel generare scintille di luce, ne scandisce un tempo a tratti onirico: Enrico Benetta lascia spazio agli impulsi creativi con impegno non solo fisico ma soprattutto mentale, attraverso cui proiettare i propri sogni e speranze. Non deve essere stato facile nascere nel cuore del Nord Est d’Italia e constatare come gli orizzonti di quella realtà, fossero troppo lontani –non solo geograficamente- dall’idea di romanticismo di cui egli nutriva il suo lavoro. Una distanza tuttavia fondamentale per Benetta, nel saperne scorgerne la Bellezza altrove e consolidarvi il forte attaccamento alle proprie origini. Questo è il punto di partenza dal quale egli ha tratto il lietmotiv di tutta la sua personale poetica, da allora sino ad oggi ripercorribile: un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio, luogo della libertà, dello stupore e della creazione. Essenza d’Ambra e d’Oriente, 700 inoltrato, D’oro e d’intorni sono titoli dei suoi ultimi lavori esposti in questa mostra, che facilmente riconducono a continenti lontani e a personaggi protagonisti di epoche a noi distanti: Pietro Boitani nel suo ultimo racconto, cita allo stesso modo la bellezza di civiltà lontane, dalla Persia all’India, alla Cina, attraverso le quali indaga i pensieri e i sogni, gli interrogativi, i fantasmi, i terrori, le speranze che l’umanità ha consegnato alle stelle attraverso il tempo. La narrazione sulla poesia del cosmo di questo noto filologo italiano, intende riaffermare come nei secoli passati, artisti scienziati di tutto il mondo assieme a poeti, pittori, architetti e musicisti, vi abbiano attinto tutti in egual modo al fine di un reciproco arricchimento culturale “sebbene perseguendo la conoscenza in maniera diversa”. Con medesimo approccio Enrico Benetta realizza opere come I sette pianeti e L’Ottavo pianeta sottolineandone il ruolo di Linee guida attraverso le quali poter cogliere la bellezza universale, oltre l’immaginario comune. Già dai suoi esordi, l’artista supera i confini territoriali della sua terra di origine, per dare spazio a sogni e alla magia compositiva, di cui le due grandi installazioni Incanto concerto teatrale e Sogni in giostra, allestite nel centro storico di Asolo nel lontano 2006, ne richiamano un esempio ancora oggi enunciato dai titoli. Nelle opere di questa personale romana, l’artista riconferma fervida la sua condivisione del significato dell’Elemento Primario presente in tutta la sua produzione, come di quell’ “unico valore conoscitivo” lo stesso di cui scrive Boitani, entrambi raggiungibili attraverso lo scambio complementare delle scienze e delle arti come la musica, il teatro e la poesia. In quest’ottica, ogni lavoro di Enrico Benetta, dal più semplice al più articolato, non deve venir reinterpretato come breve episodio a sé, ma piuttosto parte integrante di un più lungo racconto da tramandarsi, nelle pagine lievemente corrose dal tempo del suo Libro di ferro. L’incontro tra presente e passato, tra moderno e antico, tra tecnologico e artigianale, resta bene sigillato dall’artista sulle lettere che ritroviamo nella serie fotoGrafie, installazioni ove l’esistenza della grafia prende le distanze dalla più moderna tecnica fotografica e lo fa con la G maiuscola. Grafia dal greco gràphein, la cui traduzione esatta è proprio “incidere e scolpire”, ci rimanda nell’immediato a tecniche nate in tempi lontani come nella preistoria, quando la fantasia, il ricordo, i sensi, l’intelligenza e prima di tutto l’intuito, erano gli unici ingredienti indispensabili alla creatività. Allora come oggi, per Enrico Benetta lo stato delle cose è rimasto invariato: quando disegna col pennello lo sfondo della tela, egli vi traccia linee concentriche dal tratto simbolico, come il rinnovato invito a decodificane la calligrafia personale. Qui corpo e spirito si fondono nella realizzazione di nuovi lavori: tante lettere, protagoniste animate all’interno dell’opera di Benetta fremono verso l’esterno in un continuo riprodursi simile a delle note impazzite, nel tentativo di affrancarsi dalla costrizione del proprio spartito. Sono frammenti di discorsi mai finiti o di altri difficili da iniziare, per cui la suspense di questo apparente non finito-work in progress si trasforma in risorsa utile su cui riflettere: è necessario dare tempo al tempo; la sua scansione diviene per questo artista un dato ineluttabile per assaporarne In-Tempo le pause, gli umori e le personali intenzioni, prima che esso scivoli come la sabbia di una clessidra, nei meandri di un passato ormai lontano. Il tempo inteso nella sua accezione più ampia, nell’arte di Enrico Benetta si percepisce come elemento presente eppure silente. Non si tratta tuttavia di una contraddizione personale, ma piuttosto di una precisa constatazione culturale secondo cui nell’arte figurativa il tempo vive di una dimensione assente e incalcolabile, rispetto a come invece ne è dato essenziale per una corretta sintassi nella letteratura; o nella reciproca lettura di ritmi e di battute nella musica come nel teatro. Il tempo che riscontriamo nel lavoro di Enrico Benetta nasce dal suo interno, scandito dai battiti del cuore, per manifestarsi ogni volta con mutata creatività. Esso si riconosce nella serie ritmata di gesti che palpitano e del loro replicare una dopo l’atra, vocali consonanti e mute in un corrispondente accrescimento, non solo in termini di superficie, ma nell’affermazione turbinosa e incalzante di tutti questi elementi verso un’altrove. I lavori su carta o su tela realizzati sui supporti di ferro cor-tén, così come l’inserimento di tecniche miste con frammenti di specchio o di acciaio dorato e non soltanto arrugginito delle nuove installazioni, acquisiscono per lo spettatore un’identità “altra”: son tutti luoghi creati dall’artista in grado di accoglierne la composizione frammentata, la cui struttura si mantiene leggibile nelle corrispettive schegge di luce. In acqua, Trasparente immersione, Tuffati nei miei occhi, suggeriscono le intenzioni personali di Benetta, per il modo in cui queste opere ne assorbono e poi ritrasmettono all’esterno quanto egli nel realizzarle ha saputo trasferirgli, nel riserbo di un’assoluta perfezione compositiva. Elemento complementare di quest’aspetto ne è la luce, la cui presenza costante non si esaurisce nemmeno in assenza di pigmento colorato, il cui inserimento saprebbe rafforzarne l’effetto. Essa infatti si riproduce in modo naturale, attraverso le piccole ma brillanti scintille di ruggine, le stesse che scorrono attraverso l’impalpabile polvere, leggiadra sulle lettere e sottile al tatto. Diversamente quando il ferro è reso tecnicamente lucido e non più arrugginito, le matrici del medesimo alfabeto si riflettono incessantemente, l’una nell’altra, nel godere di luce propria.
Vi è un costante ripetersi, anche se di ordine sempre diverso, con cui vengono applicate le lettere di questo dialogo immaginario, costituito da ventuno lettere dell’alfabeto, talvolta interrotto dalla presenza di numeri: che lo si voglia cogliere come un suggerimento da parte dell’artista o no, i numeri sono simboli di quella ratio che non lascia spazio o comunque ridimensiona la forza irrompente e cieca dei sentimenti umani.
Le prime Luci, Ti racconto il vento, Goccia su Goccia, RGB Omaggio al colore, White- Black-Red-Yellow-Blue rappresentano il pieno emotivo dell’espressione poetica di Enrico Benetta prima ancora che il raziocinio vi prenda il sopravvento, riportando la mente a realtà concrete.
Teorema Contemporaneo, Atto di proprietà, Parentesi tonda, Gradazioni di grigio, sono composizioni i cui contenuti anticipati nei titoli, stridono con la precedente dimensione fiabesca e magica, ove anche in Giardini proibiti, si intuisce come non sia il senso di trasgressione a dover emergere, ma bensì la fanciullesca attrazione verso l’inaccessibile, la cui timidezza si tinge di rosa. In questa fase si assiste ad un ridimensionamento degli entusiasmi e delle idee precedenti, come anche del colore: i toni degli azzurri, dei verde acqua, dei violetti e delle sfumature dei giallo, si spengono assimilandosi in quelle Gradazioni di grigio che ricordano le ciminiere delle industrie di Montebelluna, passando attraverso la serie delle Oficine Bodoniane le cui Meridiane ci riconducono in modo diretto e immediato all’arte più antica della fusione del metallo. Enrico Benetta torna con queste opere-installazioni a evocare il senso di rigore e di fatica per il duro lavoro, i cui risultati anche nella realtà, è possibile migliorare in modo direttamente proporzionale all’aumento di quei rari numeri. Forte di questa nuova consapevolezza, Benetta reagisce riacquistando una nuova libertà interpretativa con la quale torna a elaborare con il disegno la base dei suoi lavori, quale supporto del successivo ricomporsi di lettere e numeri di ferro. L’artista nell’intraprendere questo differente percorso stilistico, sceglie di interrompere la propria indagine sin’ora rivolta al colore naturale intrinseco a questa materia: egli abbandona ogni riferimento compositivo a quelle opere che ha realizzato con intenzione nello sfruttare una sola gamma di neri beige e marroni, sapientemente applicati tone-sur-tone, nelle diverse gradazioni. Talvolta anche sconfinando con la tavolozza nelle tinte più calde del bronzo e degli oro, pur lasciando imperturbato quel senso di equilibrio cromatico, frutto del colore dosato senza prevaricazioni.
Enrico Benetta adesso si dedica al disegno, che seppur risolvibile con il calcolo matematico dei volumi e delle profondità, egli preferisce ipotizzare come uno spazio virtuale ove accogliere il peso delle proprie matrici in metallo arrugginito o lucidato. Attraverso il gesto libero anche dagli impulsi più reconditi, l’artista si dedica in modo insolito all’uso del colore, sperimentando alcune tonalità fluo, contemporanee complici di uno spazio inedito quanto inatteso.
Benetta dunque ha saputo organizzare lavoro dopo lavoro, realizzando opera dopo opera e secondo un personale ordine immaginario nel dar vita ai diversi supporti, trasformandoli in quel luogo accogliente e luminoso, ove far intervenire la materia con cui realizzare il proprio alfabeto.
Ventuno entità dal significato emblematico e fantastico al tempo stesso, le cui contrazioni, espansioni e articolazioni le rendono animate esattamente come nel momento della loro stessa fusione. Il ferro mater da cui esse son state generate come le figlie naturali, adesso ha l’onere di proteggerle e l’onore di preservarne il pregio, quale prerogativa da sempre coesa a tutta l’opera.
Enrico Benetta conferma il senso del proprio messaggio, nel calibrarne ogni singola lettera e numero, con il giusto equilibrio nel restituirvi il corrisposto valore.
Per questa ragione egli sceglie una materia primordiale come il ferro, per conservare intatta o quanto meno sospesa in una dimensione decantata, la memoria di quelle suggestioni più profonde a cui si lega la propria identità di artista puro.

Miriam Castelnuovo