Steward Johnson

A tu per tu con Mr. Johnson Junior alla Fondazione Querini Stampaglia di Venezia

Venezia, in un giardino dalle piccole dimensioni, meraviglioso, conosciuto nella storia dell’architettura già dal 1962, anno in cui Carlo scarpa ne terminò il restauro, la Fondazione Querini Stampaglia ha ospitato nelle sale al piano terra dello stesso palazzo, l’opera del più popolare scultore americano J.Seward Johnson Jr. Subito dopo aver attraversato il breve ponticello, un fotografo in atteggiamento scattante sembra pronto per immortalarci; si tratta di una delle statue di bronzo dipinto, già conosciute nelle maggiori città del mondo, da New York a Parigi, da Londra a Bonn, da Instabul e Sidney fino alla ricca Hong Kong e all’esotica Osaka. Johnson si diletta a scolpire figure umane, per lo più di grandezza naturale, sorprese in atteggiamenti quotidiani: il signore che legge il giornale, la signora che porta a spasso il cagnolino o due simpatiche signore di mezza età sedute a chiacchierare su di una panchina di un probabile parco.
L’artista chiama la sua arte “iperrealista”, accettando anche le altre definizioni di “ultrarealismo” o “realismo americano”; Johnson ci spiega “le mie sculture quando sono poste singolarmente in uno spazio, sembrano davvero viventi. La gente resta con un dubbio quando per la prima volta vi passa davanti, mentre appare quasi disturbata la seconda, nel constatare che non si tratta di un essere umano in carne ed ossa. Dunque è la sorpresa la cosa più importante su cui si basa la mia opera.” “The Awakening” (Il risveglio) è un enorme gigante in alluminio lungo circa 20 metri, dal cui corpo interamente sotterrato in un parco di Washington, emergono in maniera scoordinata, braccia, gambe e insieme il volto che quasi ricorda le “Figlie di Jetro” del Fiorentino, per l’eguale intensità dell’espressione sofferente.
Johnsono racconta di aver ricevuto numerose lettere dall’India e dalla Cina il cui mittente mi pregava di farla recapitare a Reagan, allora presidente degli Stati Uniti. Il contenuto riportava un messaggio: “noi cinesi ci sentiamo intrappolati come questa scultura”. Ecco in cosa Johnson si differenzia dagli altri artisti iperrealisti: per lui è fondamentale suscitare l’impatto diretto tra il pubblico e le sue sculture. Esse sono figure si, immobili, statiche, perfino bloccate, ma tuttavia devono essere in grado di comunicare una dinamica che stimoli il nostro intelletto. Le sue statue infatti, mai collocate su di un piedistallo sono toccabili, verificabili e soprattutto hanno sempre qualcosa da raccontare. Chi si ferma in un angolo della strada a leggere il giornale o chi si compra una bibita tornando in ufficio, secondo Johnson sono tutti dei piccoli eroi: “d’altronde stanno combattendo per la sopravvivenza della loro umanità.
Le sculture del passato celebravano eroi e condottieri nei loro momenti di gloria; esse sono state a lungo modelli di vita come anche del nostro subconscio. Con la mia arte spero invece di comunicare ad un livello più umano di felicità delle piccole cose”. Una scelta dunque che lo ha visto preferire la gente comune ai personaggi celebri, nonostante le numerose richieste da parte di questi. Solo recentemente ha realizzato su commissione di un prestigioso gruppo di studiosi, una statua a grandezza naturale di Abramo Lincoln che è stata collocata a Gettysburg in Pennsylvania, sul luogo dove il Presidente tenne il celebre discorso.
Nel suo Atelier, insieme alla collaborazione di circa venti studenti apprendisti, Johnson realizza le sue sculture in serie di sette, il numero tradizionale già usato da Rodin e da altri scultori del passato. Le sue statue sono interamente realizzate in bronzo o in altri metalli, talvolta meglio adattabili, come l’alluminio o l’acciaio, per evitare l’uso di accessori fatti con materiali originali, che finirebbero con il consumarsi a contatto con l’ambiente esterno. Infatti l’artista evita rigorosamente che le sue statue vengano poste in fila dentro un museo, perché rischierebbero in questo modo di perdere la loro intrinseca comunicabilità.
Anche non considerando i dettagli come l’elemento primario della sua opera, Johnson cerca di caratterizzare sempre più la sua scultura, facendo molti esperimenti: le vene di una mano, i pori della pelle, la goccia di sudore o la scarpa macchiata di terra del tennista, sono piccoli tentativi al fine di raggiungere il vero realismo definibile iperrealistico. I colori delle sue statue non sono mai molto accesi e Johnson ce lo conferma: “Si è vero, i miei colori in questo modo si integrano all’ambiente con molta naturalezza. Gli antichi greci dipingevano le loro statue e nel medioevo avveniva lo stesso con le opere religiose. Ma durante il XIX secolo, gli artisti smisero di dipingere i loro bronzi fino all’arrivo dell’arte astratta: io non voglio perciò che si associ la mia opera all’arte del secolo scorso…” Una valutazione, questa, più che lecita per un artista come Johnson, che attento al presente, tanto in senso temporale quanto in quello fisico, ci propone delle “presenze” attualissime da collocare proprio nella quotidianità della nostra vita.