Pier Augusto Breccia

Testo critico della mostra “Gioco Simbolo e Forma”
Roma, Palazzo Venezia, 2007

“Un uomo cieco in una stanza buia cerca un cappello nero. E il cappello non c’è”. Le inquietanti tele di Pier Augusto Breccia ci ricollegano a questa metafora attribuita a Lord Bowen. Le figure che l’artista dipinge seguendo un ordine minuziosamente prestabilito già negli studi preparatori a matita, e che popolano lo spazio che le circonda, non hanno occhi perché non hanno volti. Gli occhi sono lo specchio dell’anima; ma a quei corpi quasi scultorei, che a volte ci ricordano le figure dell’arte classica, non è dato appropriarsi di un linguaggio espressivo. Pier Augusto Breccia vuole che siano gli altri a interpretarne la condizione, l’atteggiamento e lo stato d’animo, disarmandole volutamente di ogni mezzo espressivo capace di influenzare l’eventuale fruitore. Le sue figure sono semplicemente simboli di un’autocoscienza e di uno spirito umani che esistono al di sopra e al di là dell’apparire e del comunicare convenzionali. L’arte di Pier Augusto Breccia è di fatto un’espressione al di sopra dei sensi, determinata non sappiamo né da quale entità né da quale superiore energia. A riprova di ciò sta la testimonianza di un uomo, l’artista, che scopre di sapere dipingere per caso trenta anni fa e che accetta questo mistero come una seconda missione. Così che il linguaggio cifrato della sua arte implica, sia nell’autore che nel fruitore, l’esperienza di chi ha imparato a leggersi non più e non soltanto come un individuo occasionalmente gettato nell’esistenza, ma come un uomo chiamato a testimoniare, incarnando con forte responsabilità la sua matrice nell’illuminante mistero dell’Essere o dell’Universo. Nella sua opera si avverte anche il senso ludico, soprattutto nell’uso, quasi sempre arbitrario, dei colori che vestono le innumerevoli forme dei suoi quadri, ora prese dalla realtà, ora frutto della sua immaginazione creativa. Il suo operare è una galleria interminabile di proposte tematiche di tipo ontologico, articolate in un percorso libero da qualsiasi indicazione risolutiva, e proprio per questo sempre aperte al grande gioco dell’interpretazione, in perfetta coerenza con i presupposti della filosofia ermeneutica moderno-contemporanea alla quale esplicitamente si richiama la sua pittura. “L’uomo gioca soltanto quando è uomo” – diceva F. Schiller – “Egli è interamente uomo soltanto quando gioca”.
La pittura ermeneutica di Breccia, e con essa la fantasia da cui scaturisce il suo linguaggio cifrato, di fatto non potrebbero esistere senza l’ausilio di un gioco creativo- interpretativo da instaurarsi fra l’umanità dell’autore e quella del fruitore. A provocare l’irrefrenabile impulso creativo in Pier Augusto Breccia è l’intima consapevolezza della relazione che intercorre tra opera d’arte, verità e conoscenza. Il suo comunicare attraverso gli strumenti del pennello o della matita è per lui un modo naturale di avviarsi e di avviare la coscienza dell’Io verso la comprensione di una nuova semantica, perennemente in evoluzione e perciò mai uguale a se stessa: qualcosa di trascendente, che supera concettualmente, assolutizzando la pura espressione del mondo individuale dell’artista. Le sue composizioni pittoriche riescono a ridefinire lo spazio come se questo fosse una parte, o addirittura un luogo, di un Universo appena percepito ma ancora inesplorato. Le sue tele si popolano di figure umane e di strutture architettoniche costruite su prospettive arbitrarie, oltre alle numerose forme la cui apparente oggettività si offre di fatto come la chiave di lettura per chi abbia voglia di aprire la porta della propria, e forse ancora inesplorata, immaginazione. Anche per questo Breccia non punta alla realizzazione di una bellezza formale fine a se stessa. Se le sue opere emanano un senso di purezza e di perfezione, ciò non accade per un autocompiacimento stilistico o per un puro e semplice esibizionismo tecnicistico. Esso è il frutto, piuttosto, di un raggiunto equilibrio tra la forza interiore/spirituale e quella materiale/fisica: due fattori sempre presenti, che si equivalgono all’interno di ogni composizione proprio perchè sopravvissuti l’uno alla sopraffazione dell’altro. Come sarebbe possibile parlare di principi assoluti se accanto a questi non vi fosse qualche altra cosa alla cui tentazione è dato cedere? Come poter eccellere in virtuosismi da funamboli, se non ci fosse un abisso sempre pronto a sfidare? Così come non esisterebbe l’idea di intelligenza, se non si riuscisse prima di tutto a superare quegli ostacoli che ci sembrano intellettivamente insormontabili. Né, infine, sarebbe possibile dare un senso all’intera esistenza – e questo è un concetto fondamentale della filosofia ermeneutica, sempre presente nella pittura di Breccia – se non la si riconsiderasse alla luce dell’essere, perennemente a confronto con la tenebrosa vertigine del nulla. Breccia dà forma all’idea di moto cosmico, che risuona come una forza intima dell’universo (particolarmente in alcune sue tele di dimensioni monumentali) e che si esprime per mezzo di colori molto intensi, nutriti di intrinseca luce materica. L’artista può usare indifferentemente tanto i pennelli quanto le matite; e con questi riesce a tracciare comunque e dovunque le sottili tessiture di spazi razionalmente impercorribili da cui emergono figure simboliche prorompenti, ricche di movimento e di tensione vitale. Talvolta egli realizza suggestivi ambienti architettonici dove i protagonisti sembrano interrogarsi e dialogare fra loro sui temi cruciali dell’esistenza. Altre volte, come su un palcoscenico, Breccia dà vita al proprio copione realizzando intense drammatizzazioni pittoriche nelle quali forme umane contorte si protendono verso la luce, o restano circoscritte nell’individuazione di un solo gesto, o infine, ancor più emblematicamente, si identificano nella forzata continuità dell’azione recitativa e volutamente ripetitiva. La forma è dunque l’essenza imprescindibile di tanto lavoro. Se alle cose – e ciò vale pure per i concetti che si esprimono per mezzo della parola – venisse tolta la forma, esse ripiomberebbero nel nulla. Significherebbe la morte dell’espressione, la fine di ciò che è già vivo e pure di ciò che è potenzialmente vivo. Questo è il punto di arrivo del talento artistico di Breccia e della sua cifra stilistica ermeneutica: l’espressione più alta di un uomo formatosi sui testi della Facoltà di Medicina, vissuto per molti anni nel reparto di Cardiochirurgia da lui creato, finalizzato ad una importante missione: quella di ridare il giusto ritmo a dei cuori ormai spenti. Ancora oggi il pulsare della vita è la linfa delle sue opere, prodotte sotto un impulso creativo il cui mistero è lo stesso che sottende l’origine del nostro mondo, sia materiale che spirituale, e che viene costantemente testimoniato dai suoi lavori. Osservandoli, ma non solo con gli occhi, si ha un’ulteriore conferma che il creare è il modo più nobile di dare una forma al proprio destino.