Elena Pinzuti

Primo giorno. La rinascita.

L’attacco iniziale ha luogo il 1 settembre 2004, il primo giorno dell’anno scolastico in Russia, chiamato “Primo settembre” o “Giorno della conoscenza”. I bambini, accompagnati dai genitori e spesso da altri parenti, presenziano ad una cerimonia di apertura ospitati dalla scuola. Secondo la tradizione, gli studenti del primo anno donano un fiore a quelli che accedono all’anno finale e vengono quindi accompagnati nelle loro classi dai ragazzi più anziani. Si pensa che i terroristi abbiano scelto questo giorno particolare per avere maggiore visibilità. La scuola Numero Uno (SNO) di Beslan, che sorge accanto al distretto di polizia, è una dei 7 istituti scolastici presenti nella cittadina, con 59 insegnanti, diverse persone dello staff e 900 bambini compresi fra l’età di 6 e 18 anni. Molte famiglie quel giorno portano i loro bambini alla cerimonia anche a causa della chiusura, a seguito di un problema nella fornitura di gas, del centro ricreativo locale.

Presa degli ostaggi: alle ore 09:30 locali, un commando di 32 persone armate, con il volto coperto da passamontagna e in alcuni casi dotate di cinture esplosive, giunge all’edificio utilizzando due mezzi di trasporto, prendendo d’assalto la scuola. Inizialmente, alcuni presenti scambiano il gruppo di terroristi per un gruppo di forze speciali russe impegnate in una esercitazione militare. I terroristi chiariscono immediatamente ai presenti la loro identità iniziando a sparare in aria e obbligando la gente presente all’esterno dell’istituto scolastico a dirigersi nella palestra. Durante il caos iniziale, 65 persone riescono a sfruttare la confusione per fuggire ed allertare così le autorità. Dopo uno scambio a fuoco con la polizia il commando prende possesso dell’edificio scolastico con circa 1300 persone in ostaggio le quali vengono ammassate nella palestra. Il commando obbliga alcuni degli ostaggi a gettare alcuni corpi dalla finestra in segno di dimostrazione verso la polizia e sceglie alcuni bambini per ripulire il sangue dal pavimento.

Per molti altri bambini, genitori e parenti non è mai esistito un “secondo giorno” successivo al 1 di settembre di 6 anni fa. Per molti di essi c’è stato un solo orribile giorno, anche un solo attimo di quel mercoledì per capire la gravità del fatto e per smettere di vivere. Per morire dentro.

L’artista Elena Pinzuti non riproduce il genere del ritratto comune così come lo si farebbe ad un bambino nel pieno della sua fanciullezza. Non ci svela i tratti di giovani bimbi che giocano spensierati. Non cita la “morale del giocattolo” secondo Baudelaire che nel legare il bambino a tal punto al suo gioco, con una metamorfosi psicologica, lo trasforma in un essere reale con cui instaurare una breve amicizia.

I ritratti che Elena fa delle vittime di Beslan sono sconcertanti, drammatici, ancor più deprimenti se si ragiona sulla loro agghiacciante contemporaneità, in un era in cui tutto volge al progresso tecnologico senza tuttavia curarsi della più importante evoluzione culturale. Sono ritratti intesi come gli scatti fotografici per un reportage giornalistico, intrisi dalla persistente attualità del realismo impegnato. Elena denuncia la perdita dei valori etico-morali della società attuale, i cui frammenti presenti in certi sguardi addirittura attoniti, sono testimonianza di quanti ancora non hanno compreso ciò che dovrà accadere ma che ne intuiscono l’ineluttabilità. L’artista descrive con dovizia di cronaca un’inequivocabile testimonianza storica; questi oli su tela ritraggono le tonalità di un incarnato roseo seppur sfumato e opacizzato in armonia sommessa a quell’inquietante senso di sospensione, contrapposta all’ultima speranza di sopravvivenza. Gli stessi volti infatti, si delineano attraverso le tinte più fredde del giallo che per intenzionale contrapposizione è dato con intensità per sottolineare il dramma, pallido, della morte. L’esclusione della scena è un altro elemento importante per lasciare che siano solo questi volti e questi sguardi perduti nel vuoto con le loro bocche aperte a testimoniare la tragedia di un fermo immagine che adesso non avrebbe alcun senso riavviare. I soggetti ritratti dalla Pinzuti, prima ancora che nei loro corpi sono feriti negli animi i cui occhi ne sono l’unico riflesso soprattutto quando ormai si scorgono spenti per sempre. La loro maschera domina incontrastata nell’affermazione della centralità emblematica per la scelta di questo tema, che mette in primo piano il concetto di presenza contemporanea, disarmante in quanto irraggiungibile, ma che riesce nell’intento preciso di stimolare un processo interiore di elaborazione del dramma, in ciascuno spettatore.

Accanto a questa esperienza, Elena intraprende un percorso diverso che in un certo modo corrisponde ad una rinascita interiore prima ancora che stilistica. Affronta il tema del nudo anche sperimentandosi in qualche autoritratto il cui volto non sempre è riconoscibile. Il lavoro pittorico dell’artista si basa essenzialmente su di un cromatismo, che acceso dal calore del sole, fa scivolare il colore sui corpi dei nudi al mare, ottenendo effetti di contrasto e di luminosità intensi e articolati, di cui si avvalgono piani e giochi di intersezioni immaginari. In questa fase Elena Pinzuti presenta una serie di lavori dove il tema scelto, anche questa volta impegnativo, si rivela un valido stimolo per l’elaborazione personale di un linguaggio coloristico diverso. Le figure non sempre finite, ne risultano l’unica presenza partecipante e riflettente dell’intuizione creativa, il cui impianto pittorico, gestuale, liberatorio e sintetico, viene ancora una volta a compimento sulla tela. Il colore è dato secondo tonalità pure e limpide che sovrapposte o accostate suggeriscono quello stato di mutazione in atto il cui evolversi pare fermato e sospeso per un istante in uno spazio atemporale e fluttuante. Sono corpi sorpresi in atteggiamenti naturali quelli dipinti da Elena, dai contorni strutturati ed arginati da solidi tracciati, scanditi dalla forza cromatica dei raggi solari e che adesso occupano il vuoto delle tele con un aerea leggerezza.

L’origine di queste figure sta nel disegno il cui fine è la rappresentazione sensibile di un’idea di equilibrio ritrovato e finalmente trasmesso con maggior disinvoltura nell’approccio formale e cromatico più decisi. Ci si trova improvvisamente proiettati in un’atmosfera di calore e di poesia in cui il placido mormorio del silenzio, si lascia confondere dal suono delle onde che poco distanti dai bagnanti si infrangono sulla sabbia. L’artista crea un binomio tra sperimentazione tecnica e dato formale, restando fedele alla sua trama letteraria per cui ricerca il mezzo più persuasivo per raccontarla. Elena Pinzuti si avvia per un percorso immaginario proiettivo e percettivo, nella creazione di spazi impalpabili sempre diversi. In effetti tutta la ricerca di Elena si avvale di un volontario superamento di quei limiti dogmatici per i quali riesce a oltrepassare i facili effetti del colore e dei contrasti, ponendosi come unico obiettivo l’annientamento dei limiti canonici dello spazio e del supporto, nel vincente tentativo di dimostrare l’inesauribilità del dialogo intrapreso con le forme.

Tutto il lavoro di questa artista vuole far emergere un’intima separazione tra la realtà oggettuale- materica e quella interiore, la propria, resa attraverso la potenza del puro segno. E’ infatti innegabile l’equilibrio che si riscontra nella serie dei volti come in quelle dei corpi nudi, dove il segno di Elena riemerge contratto ed essenziale su superfici svuotate dalla presenza di altri elementi, vibranti di una luce che rivelandosi intrinseca a tutta l’opera, pare avvolgerne i soggetti fino ad elevarli ad un impalpabile clima metafisico. Su queste tele, i segni frammentati da una gestualità più istintiva che razionale, scandiscono e determinano spazi di colore che, se riconducibili in un primo momento alla dimensione più emotiva dell’artista, si rivelano sapientemente controllati e contenuti da un argine di natura mentale che ne sublima e purifica lo slancio interno, senza limitarne la forza. Elena Pinzuti lascia così al rapporto dialettico tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che rappresenta e tutto ciò che non vuole rappresentare, il compito di impostare un percorso simbolico che sappia rivelarsi comunque un accattivante stimolo per il fruitore sensibile.

Miriam Castelnuovo