Andrea Ambrogio

OLTRE LA FORMA

Stefano Branca 45 anni, Andrea Ambrogio 21 anni: due generazioni a confronto e non in competizione. Due animi sensibili e in perfetto equilibrio reciproco che portano avanti lo stesso pensiero, ciascuno attraverso il proprio modo di fare arte pura. Il lavoro di Branca e di Ambrogio è il frutto di un laborioso lavoro manuale –che si diversifica nella durata del tempo- e che ha come denominatore comune quello di non volere ricreare attraverso la propria opera una mimesi della realtà naturale, fatta di segni normalmente comprensibili. Diversamente, i due artisti durante il loro operare, colgono ogni tipo di alterazione circostante, anche casuale, e danno corpo a variabili rappresentative che necessitano di una maggiore volontà comprensiva in chi osserva. Non vi è nulla di statico nella loro arte: nulla che si sia già visto e nemmeno già immaginato. Spettatori tra Figura e Spazio, è impossibile restare inerti ma si diviene protagonisti inevitabili di questa pulsante incarnazione del movimento. Entrambi, Branca e Ambrogio, mutano la percezione dello spazio stesso, ora arricchendolo con nuove suggestioni (Stefano) ora capovolgendo il nostro senso di sicurezza (Andrea), e con lo stesso fine di provocare nel pubblico il risveglio di sentimenti più personali uniti a sensazione fortemente soggettive.
Stefano Branca con le sue Installazioni, libera parzialmente l’oggetto di significato con l’intento specifico di richiamare l’attenzione dello spettatore, il quale potrà sviluppare un’appropriata attività percettiva senza seguire suggerimenti preesistenti. L’opera, apparentemente statica, viene lasciata libera di occupare il Suo Spazio: l’esistenza di questo spazio e la natura stessa sono normalmente i dati essenziali in un contesto in cui sia la realtà a fare da protagonista.
Ma poiché è la qualità della realtà l’aspetto sul quale Stefano Branca indaga, ecco che lo Spazio si lega necessariamente al nostro modo di pensarlo, di viverlo e abitarlo. Nell’opera di Stefano Branca esiste l’affermazione del desiderio di una felicità perduta ma forse ancora recuperabile attraverso il lavoro di manualità in cui la forza fisica di Stefano si unisce a quella del pensiero. E’ la materia stessa a dare segni di variabilità durante la sua esistenza: ora è fredda ma lavorandola con la fiamma ossidrica diverrà rovente; ora è chiara ma il tempo nel suo trascorrere la renderà scura.
La materia vive naturalmente tra la terra e il cielo, Stefano Branca segna di sé lo Spazio contrapponendo la rumorosa forza dei suoi gesti al silenzio del ferro: lo lascia ossidare a contatto dell’aria e della pioggia, lo rende ruvido e sordo come il peso di un mondo che non sa più ascoltare.
Anche Andrea Ambrogio libera intenzionalmente le sue tele da oggetti statici, figli della percezione storica e quotidiana; le libera del cieco appropriarsi dei punti di vista lasciando il fruitore di fronte all’opera privo di riferimento a cui aggrapparsi. Improvvisamente catapultati in un marasma in movimento, popolato di immagini mute e parlanti, lontane dalle leggi che imprigionano il Sociale e regolano il Politico, sorde da parole sinonimo di autorità, sottomissione e assimilazione, Ambrogio ha solo il compito necessario di gridare alla libertà. Una liberà vera, ormai lontana ma anche per Andrea come per Stefano non per questo irraggiungibile. Chiusa e costretta in un Universo che ben è rappresentato dai tratti cupi che sulle tele la circoscrivano in tutta la sua espressività bloccata. Numerosissime e aggrovigliate figure gridano attraverso stridenti colori.